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indice
Introduzione | Ritraduzione: quadro storico | Alcune ragioni per ritradurre | I tempi della ritraduzione | L’ipotesi della ritraduzione | Di ritraduttori, soggettività e visibilità | Ritraduzione e generi | Potenziale per ricerche future
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| Figura 1. Copertine di ritraduzioni presentate come nuove traduzioni. |
La ritraduzione consiste nell’azione (e nel suo risultato) di tradurre nuovamente un testo di partenza in una determinata lingua d’arrivo. Se si considera la traduzione come un mezzo per rendere accessibile un testo a un’altra cultura, la ritraduzione potrebbe sembrare un’attività ridondante, uno sforzo inutile, dal momento che la cultura d’arrivo “possiede” già tale testo. Ciononostante, la ritraduzione è un’attività costante nella storia della letteratura e del pensiero.
Questa definizione di ritraduzione esclude due possibili interpretazioni del termine utilizzate nel linguaggio comune: “tradurre un testo che sia già traduzione da altra lingua” (traduzione indiretta, o traduzione relay) e “tradurre un testo nella sua lingua d’origine” (backtranslation).
Il termine ritraduzione è ormai consolidato negli studi sulla traduzione e nasce dall’aggiunta del prefisso ri- alla parola traduzione, al fine di enfatizzare la ripetizione che caratterizza sia l’azione che il suo risultato. Non bisogna dunque stupirsi se il mondo editoriale gli preferisce la locuzione nuova traduzione, come si può facilmente vedere sulle copertine di molti libri ritradotti.
Il fenomeno della ritraduzione rivela la natura effimera di ogni traduzione, dando vita allo stesso tempo a uno spazio infinito di ri-creazione nella lingua di arrivo, dal momento che nessuna interpretazione di un testo è definitiva.
La voce fornirà una breve sintesi delle ricerche in materia di ritraduzione e cercherà di rispondere ad alcune delle domande che possono sorgere in merito a tale attività, partendo dalla ragione per la quale si dovrebbe ritradurre quando molti testi non vengono affatto tradotti.
Benché la ritraduzione sia necessariamente un’attività più giovane della traduzione, è praticamente impossibile stabilire quando sia iniziata. Si può solo immaginare che i primi casi di ritraduzione abbiano riguardato traduzioni pragmatiche, probabilmente al fine di correggere una versione precedente, nelle prime fasi della scrittura. Ad oggi, la ritraduzione è un’attività ben radicata nella sfera letteraria, al punto che Collombat (2004) ha ipotizzato che il XXI secolo sarà il secolo della ritraduzione, anche se non vi sono ancora stati studi quantitativi a dimostrazione di tale ipotesi.
La ritraduzione ha suscitato molto interesse in traduttologia, specialmente a partire dal 2010. In realtà le prime considerazioni sulla ritraduzione risalgono all’era prescientifica degli studi traduttologici. Basti pensare al tentativo di Sant’Agostino di dissuadere San Girolamo dal ritradurre la Bibbia in latino e alla sua raccomandazione di mettere in evidenza le modifiche fatte rispetto alla Septuaginta, all’epoca la versione canonica della Bibbia in greco (essa stessa una ritraduzione, almeno per il Vecchio Testamento) (Ballard 2013). Al contrario, circa mille anni dopo, Charles Fontaine (ritraduttore di Ovidio) difende la ritraduzione, sottolineando i piaceri e la ricchezza di interpretazione offerte dall’esistenza di diverse versioni dei testi classici (Fontaine 1552: 9). Bisogna però aspettare il consolidamento degli studi traduttologici come disciplina autonoma per ritrovare primi approcci sistematici alla ritraduzione.
Il saggio di Berman, apparso in un numero dedicato della rivista Palimpsestes (1990), è spesso considerato come il primo contributo di rilievo in questo ambito; nonostante altri studiosi avessero già affrontato la questione in precedenza (in particolare Frank e la sua visione delle ritraduzioni come la coda di una cometa nel 1986), il contributo di Berman ha esercitato un’influenza importante sugli studi a venire. Le ragioni per questo ritardo sono da rintracciare nello scarso interesse per gli approcci storici nelle prime fasi degli studi traduttologici. Vale la pena di sottolineare come la voce ritraduzione sia assente nella maggior parte delle prime enciclopedie di traduzione, apparse a partire dagli anni ’90.
Secondo Antoine Berman la ritraduzione è l’unico modo per un testo di “realizzarsi” e di ottenere lo status di “grande traduzione”, poiché “ogni grande traduzione è una ritraduzione” (Berman 1990). Partendo da quanto affermato da Goethe, Berman propone una visione ciclica della traduzione, nella quale le traduzioni che si susseguono costituiscono le tappe di un percorso verso il raggiungimento di una resa compiuta del testo di partenza. La “retranslation hypothesis” (RH), come definita da Chesterman (2000), non fu espressa in questi termini da Berman, ma divenne una pietra miliare per le ricerche successive e in quanto tale sarà analizzata in una delle sezioni successive.
Nel 1994, in un breve articolo scritto in memoria di Berman, Gambier delinea una cartografia provvisoria della ritraduzione, anticipando i percorsi di ricerca che si svilupperanno negli anni a seguire, inclusi i casi limite dell’auto- e pseudo-ritraduzione. Nel 2004, Bensimon e Coupaye pubblicano un altro numero di Palimpsestes dedicato al “perché ritradurre” e nel 2007 Zaro e Ruiz curano il primo volume dedicato alla ritraduzione in campo audiovisivo; ma sono gli anni 2010 a segnare un aumento d’interesse per l’argomento, con un abbondante numero di volumi e riviste dedicate allo studio della ritraduzione da diverse angolazioni. A partire dal 2005 si tengono in Francia numerose conferenze internazionali che danno vita a volumi collettivi sulla ritraduzione letteraria, con diversi case studies e ipotesi testate (Kahn & Seth 2010; Monti & Schnyder 2011; Lombez 2011; Béghain 2013; Courtois 2014). Dalla metà degli anni 2010 vedono la luce diverse pubblicazioni in lingua inglese, tra cui un volume (Dean-Cox 2014), un numero monografico di Target (2015) e una serie di conferenze (Retranslation in context), dalle quali nascono alcuni volumi collettivi e numeri di riviste (Cadera & Walsh 2017; Berk & Tahir-Gürçağlar 2018; Poucke & Gallego 2019; Cadera & Walsh 2022). Iniziano a emergere nuovi approcci che prendono in considerazione la soggettività e la voce del ritraduttore, l’ideologia, la ricezione, i paratesti, ecc. Un recente numero di Parallèles (Peeters & Poucke 2023) tenta di fornire una visione d’insieme delle nuove prospettive emerse in trent’anni di studi a partire dall’articolo di Berman
In un’ottica più tassonomica, sono state proposte alcune classificazioni per la ritraduzione, in particolare la distinzione proposta da Pym fra ritraduzioni attive (che coesistono sullo stesso mercato traduttivo in un determinato momento) e ritraduzioni passive (lontane nel tempo, nate in seguito a un cambiamento nel contesto) (Pym 1998: 83). Gambier (2011) aggiunge due sottocategorie alle ritraduzioni passive: ritraduzioni intenzionali (o ritraduzioni “contro”, motivate da mancanze nelle traduzioni precedenti) e reinterpretazioni (senza riferimento alle traduzioni precedenti).
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| Figura 2. Le traduzioni intralinguistiche (Montaigne in francese moderno) sono più rare delle edizioni critiche. |
Si tratta naturalmente della prima domanda che ci si può porre, in quanto la ritraduzione è essenzialmente inutile, se si considera la traduzione come un modo per rendere un testo accessibile in una determinata lingua d’arrivo. Perché ritradurre quando esiste già una traduzione in una determinata lingua? Perché tradurre nuovamente ciò che è già accessibile alla cultura d’arrivo? A maggior ragione se si pensa che la maggior parte di quanto scritto a livello mondiale non viene tradotto in molte lingue. Eppure, la ritraduzione è un fenomeno costante nella storia della traduzione, come osservato da Ballard (2013: 209).
Vi sono numerose ragioni per ritradurre, ma una delle più comuni è un senso di insoddisfazione per le traduzioni esistenti. Una traduzione potrebbe risultare insoddisfacente per svariate ragioni, ad esempio per la presenza di censure od omissioni. La storia della traduzione ci offre numerosi esempi di traduzioni vittime di censura ideologica, morale o politica a opera della cultura d’arrivo. In altri casi, omissioni o modifiche possono essere dovuti all’affermarsi di una nuova versione del testo fonte stabilita grazie a ricerche filologiche (ad esempio le recenti ritraduzioni in inglese di Kafka basate su un testo di partenza rivisto senza tener conto dell’editing operato da Max Brod). Oppure, un’altra ragione per ritradurre potrebbe essere il fatto che la traduzione precedente era una traduzione indiretta (o relay), ossia la traduzione di una traduzione (come accadeva in Europa fino a tempi recenti per le lingue più “rare”, principalmente per motivi economici e per la disponibilità limitata di traduttori per alcune coppie linguistiche). Un altro motivo spesso citato per la ritraduzione è la presenza di errori nelle traduzioni precedenti, dovuti a una comprensione limitata del testo di partenza. Tali incomprensioni accadevano più di frequente nelle traduzioni fino agli anni ’50 (e oltre, per alcuni paesi), poiché i traduttori avevano un accesso limitato, o inesistente, a risorse lessicografiche adeguate e/o alla cultura di partenza
Tuttavia, la ragione principale dietro al bisogno di ritradurre sembra essere il fatto che le traduzioni “invecchiano”. L’invecchiamento è ovviamente un fenomeno che colpisce anche i testi di partenza ma in modo diverso. In effetti questi ultimi non sembrano esserne colpiti allo stesso modo, come dimostrato dalla riluttanza a tradurre i classici in versioni contemporanee della stessa lingua. Esistono ovviamente esempi di traduzione intralinguistica (vedi immagine sotto), ma in questi casi si tende spesso a preferire un’edizione critica. Lettori ed editori sembrano preferire una versione annotata di Dante o Shakespeare a una ritradotta, mentre pochissimi lettori stranieri leggerebbero questi classici in traduzioni risalenti al periodo in cui vennero scritti gli originali. Ciò è indubbiamente legato al diverso status attribuito alle traduzioni rispetto all’opera originale: in quanto testo secondario, la traduzione è una fonte meno autorevole e pertanto può essere rifatta più e più volte. L’invecchiamento linguistico presente nelle traduzioni può anche essere considerato un effetto collaterale del suo status. Come evidenziato da molti studiosi (in primis Baker 1993), in particolare attraverso l’analisi dei corpora, i testi tradotti tendono a mostrare una minor diversità lessicale, se comparati agli originali, e caratteristiche stilistiche più conservative. Pertanto, la lingua delle traduzioni potrebbe non possedere la ricchezza che sembra conferire agli originali parte della loro aura e longevità.
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| Figura 3. Edizione italiana degli anni ’50 di Oliver Twist di Charles Dickens, in cui è ben visibile l’adattamento dei nomi propri in voga all’epoca |
Un altro fattore che contribuisce alla percezione di un invecchiamento della traduzione può essere il cambiamento, a volte profondo, delle norme di traduzione nel corso del tempo. Una traduzione che risponde a norme traduttive desuete può presto apparire superata, o persino sconcertante, come nel caso dell’adattamento dei nomi propri nei romanzi, una pratica comune in molti stati europei fino agli anni ’50 (vedi immagine).
Esistono ovviamente altre ragioni per ritradurre un testo, che non comportano per forza un’insoddisfazione per le traduzioni esistenti: Gambier (2011) definirebbe tali ritraduzioni come “reinterpretazioni”.
Uno dei motivi potrebbe essere ad esempio la volontà di dare al testo una nuova prospettiva, come nel caso della ritraduzione della Bibbia per mano di Henri Meschonnic, il quale ha scelto di privilegiare il ritmo (anche se in questo caso vi è una parte di insoddisfazione per le traduzioni precedenti che hanno trascurato questo aspetto).
Un’altra ragione plausibile è un diverso skopos, che potrebbe determinare la ritraduzione-adattamento di testi canonici, come nell’adattamento per giovani lettori o nelle riscritture militanti dei classici. Le ritraduzioni possono essere innescate anche da un interesse ritrovato per un autore, determinato da un adattamento cinematografico, un premio letterario o una rivalutazione critica.
In altri casi, potrebbe trattarsi semplicemente della scelta di un editore, perché più semplice, economico o redditizio (o tutt’e tre le cose insieme) ritradurre rispetto a riutilizzare una traduzione esistente. L’acquisizione dei diritti per una traduzione esistente potrebbe essere difficile o troppo costosa, o ancora, la fine del periodo di copyright del testo di partenza può rendere il testo liberamente accessibile e quindi incoraggiare nuovi editori a pubblicare traduzioni alternative da ristampare liberamente. Inoltre, una “nuova traduzione” – etichetta con la quale viene solitamente presentata la ritraduzione in editoria – può suscitare maggior interesse sul mercato rispetto alla “riedizione” di una vecchia traduzione ed essere dunque più redditizia per gli editori.
Come dimostrato da questi diversi casi, le ragioni per la ritraduzione possono essere molteplici e sfaccettate: se da un lato possiamo in qualche modo aspettarci che i classici tendano a essere ritradotti in culture con industrie editoriali ben sviluppate e influenti, dall’altro è spesso difficile anticipare quando apparirà una nuova traduzione.
Si è più volte tentato di definire una periodizzazione in ritraduzione e di stabilire il lasso di tempo che intercorre fra una traduzione e le sue ritraduzioni. Fonti diverse hanno invocato una ritraduzione dei classici della letteratura mondiale ogni cento anni, ogni generazione o ogni vent’anni. Tuttavia, non sono stati condotti studi bibliometrici su un corpus abbastanza grande e i case studies condotti finora non hanno rivelato intervalli regolari nelle serie traduttive, nemmeno per i classici. Sembra dunque impossibile stabilire una frequenza generale della ritraduzione, semplicemente perché si tratta di una pratica influenzata da diversi fattori, che vanno ben oltre l’età della prima traduzione.
In molti casi, le serie traduttive mostrano accelerazioni, salti, vuoti, legati alla situazione socio-economica e/o ai fattori culturali che determinano la nascita di una nuova traduzione, che si tratti di una rivalutazione critica, un aumento di interesse per l’autore (per effetto di un premio, o semplicemente subito dopo la morte), l’evoluzione delle norme traduttive, o ancora un adattamento cinematografico (o teatrale). È stato osservato che la presenza di una traduzione storica o canonica (a opera di un traduttore famoso o di uno scrittore) rallenta spesso il processo ritraduttivo, dato che l’aura culturale di una traduzione di questo tipo le conferisce parte dell’aura sacra di cui godono i classici letterari originali, scoraggiando così nuovi traduttori o editori dall’avviare un progetto di ritraduzione.
L’unica previsione che è ragionevole fare è la comparsa di un certo numero di ritraduzioni quando i lavori di un autore canonico diventano di dominio pubblico, ovvero 70 anni dopo la morte dell’autore (in Europa). Svariati case studies (ad esempio su Francis Scott Fitzgerald, si veda Béghain 2013) hanno mostrato l’improvvisa comparsa di ritraduzioni di opere canoniche allo scadere del diritto d’autore. Come osservato da Venuti (2008: 27), “gli editori si adoperano per trasformare il capitale culturale che questi classici hanno accumulato in capitale economico”. Gli editori sono spesso propensi ad aggiungere nuovi classici al loro catalogo non appena possibile, tanto più se a costo zero (al di là dei costi di una nuova traduzione). Si tratta di progetti preparati con anni di anticipo, in modo tale da avere pronta la traduzione alla scadenza dei diritti. È per questo che si osserva spesso un picco di ritraduzioni in coincidenza con tali scadenze, solitamente nei primi mesi dell’anno.
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| Figura 4. Palimpsestes 4 (1990) e la nascita dell’ipotesi della ritraduzione |
Il termine “retranslation hypothesis” (RH) è stato coniato da Chesterman nel 2000 per formalizzare un’ipotesi avanzata da Berman nel 1990. Secondo Berman, le prime traduzioni tendono a essere traduzioni-introduzioni, il cui scopo è quello di adattare l’opera alla lingua e alla cultura d’arrivo. Le ritraduzioni successive sarebbero invece sempre più vicine alla cultura e alla lingua di partenza al fine di mostrare l’alterità del testo. Tale ipotesi, a dir poco semplicistica (si veda Gambier 2011), ha suscitato lunghi dibattiti ed è stata messa alla prova da molti studiosi, i quali a volte hanno riscontrato questo schema nelle loro serie traduttive (anche se in molti casi non è stato così). Molte conferme sono arrivate da serie traduttive del XX secolo, quando la professionalizzazione del lavoro, il miglioramento delle risorse lessicografiche e l’orientamento delle norme traduttive verso una maggior accuratezza hanno creato le condizioni perfette per una simile tendenza. Ciononostante, una visione così ottimistica e teleologica nella ritraduzione come progressivo raggiungimento della perfezione non solo è irrealistica, ma non prende in considerazione le molteplici ragioni per le quali si ritraduce. Un semplice controesempio è fornito dal famoso periodo delle belles infidèles (1600-1700 in Francia e Inghilterra) durante il quale numerose traduzioni erano in realtà ritraduzioni di classi greci o latini e ben più domesticanti delle traduzioni precedenti.
Interrogarsi sul processo ritraduttivo e sulle differenze fra le ritraduzioni ci porta a riflettere su come i ritraduttori approccino il loro compito e come (e se) prendano in considerazione le traduzioni precedenti. I ritraduttori leggono le traduzioni precedenti, e se sì, in che momento del processo (ri)traduttivo? I ritraduttori più sicuri di sé affermano di non leggere mai le traduzioni precedenti, altri si riservano di farlo per passaggi specifici, altri aspettano la fine, una volta ultimata la propria traduzione. Alla base di questi diversi modi operandi (reali o fittizi che siano) vi è la paura di essere influenzati dalle traduzioni precedenti o la volontà di discostarsene. Ogni approccio è legittimo, indipendentemente dalle motivazioni (mancanza di tempo, interesse, ecc.), ma errori di interpretazione o chiari fraintendimenti del testo di partenza sono più difficili da giustificare quando è disponibile un’altra traduzione. Il timore del plagio incombe spesso sul compito del ritraduttore: in alcuni casi, quando un confronto con le traduzioni precedenti rivela scelte traduttive simili, un ritraduttore poco sicuro di sé potrebbe essere tentato di modificare le proprie scelte per non essere accusato di plagio.
Di ritraduttori, soggettività e visibilità
Chi può ritradurre? Si potrebbe essere tentati di rispondere che le ritraduzioni sono principalmente lavoro per traduttori esperti. Come afferma Meschonnic (2007: 70), “probabilmente ritradurre presuppone, ancora più che tradurre, una teoria globale della traduzione” e si potrebbe dunque pensare che solo traduttori esperti o specialisti dell’autore possano lanciarsi nell’impresa. Questo può essere vero, nel migliore dei casi, per le ritraduzioni motivate dall’insoddisfazione per le traduzioni precedenti, o ritraduzioni intenzionali. Dato che i classici della letteratura mondiale offrono terreno fertile per la ritraduzione, sarebbe normale aspettarsi che professori universitari specializzati in un determinato autore (con o senza esperienza di traduzione) siano candidati perfetti per ritradurre. Ciò è quanto spesso accade per collane editoriali prestigiose (come la Pléiade in Francia).
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| Figura 5. “Nuova traduzione – Rileggilo per la prima volta.” |
Tuttavia, una rapida occhiata alle ritraduzioni presenti sul mercato rivela come la platea dei ritraduttori sia ben più vasta e includa anche principianti e dilettanti. Le condizioni socioeconomiche che si celano dietro un progetto di ritraduzione giocano un ruolo importante nella scelta del ritraduttore. Inoltre, sembra che la ritraduzione tenda a essere sottopagata da alcuni editori (si veda Lefebvre 1998), probabilmente perché considerata un compito più semplice per via della presenza delle traduzioni precedenti.
Un caso particolare è rappresentato dagli scrittori-ritraduttori. Si tratta di un fenomeno abbastanza diffuso in poesia, meno in narrativa, ed è legato al fatto che le opere canoniche possono rappresentare un terreno fertile per sperimentare. Un’altra ragione è che la presenza di traduzioni precedenti può incoraggiare gli scrittori a imbarcarsi in un progetto per il quale competenze limitate nella lingua d’arrivo costituirebbero normalmente un ostacolo o un deterrente. Un fenomeno limitato ma interessante è quello degli scrittori che si rivolgono a un traduttore “fantasma” per produrre una traduzione che verrà pubblicata a loro nome, pur trattandosi semplicemente della revisione del lavoro di un traduttore professionista (come nel caso di Lucia Morpurgo Rodocanachi, una traduttrice italiana che si cela dietro il lavoro di numerosi scrittori-(ri)traduttori italiani degli anni ’30).
Un altro interessante fenomeno è quello degli scrittori che si ritraducono: alcuni famosi esempi sono Vladimir Nabokov (che ha sia ritradotto se stesso dopo una prima auto-traduzione, sia rivisto traduzioni di altri pubblicate come “in collaborazione con l’autore”); o Milan Kundera, che ha pubblicato una versione rivista di una precedente traduzione in francese dei suoi lavori in ceco (con la seguente dicitura: Romanzo tradotto dal ceco da François Kerel, Nuova edizione rivista dall’autore).
La ritraduzione, inquanto attività tipicamente cosciente e consapevole, è il luogo ideale per analizzare la soggettività del traduttore (Skibińska 1994; Alvstad & Rosa 2015). Al contrario della maggior parte delle traduzioni, le ritraduzioni sono più raramente invisibili: fare nuovamente qualcosa (andando contro il buon senso) finisce per attirare l’attenzione su aspetti della traduzione che vengono normalmente ignorati. Tale visibilità è a volte evidente già nel paratesto dei volumi ritradotti: prefazioni, postfazioni del/sul traduttore, indicazioni della nuova traduzione in copertina o nelle fascette pubblicitarie.
I ritraduttori sono spesso più coscienti e loquaci di un traduttore, il che li porta a condividere la propria visione sulle ragioni del loro compito, offrendo uno spaccato del processo ritraduttivo e un ottimo campo di ricerca (Cadera & Welsh 2022). Tale aumento di visibilità attira attenzione critica sulle ritraduzioni, che vengono recensite con una particolare attenzione all’aspetto della traduzione (a differenza della maggior parte delle traduzioni “normali”). Quando le riviste letterarie o le pagine culturali dei giornali includono recensioni di nuove traduzioni, vanno spesso oltre la presentazione tematica dell’opera per soffermarsi sull’attività (ri)traduttiva, o anche per proporre interviste con i ritraduttori e brevi analisi comparative delle diverse traduzioni (Monti 2013: 116). L’aspetto traduttivo può quindi diventare centrale in alcune recensioni, come mostrato da alcuni di questi titoli (vedi immagini qui sotto)
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| Figura 6. Qualche titolo di recensioni di ritraduzioni nella stampa |
I testi letterari, filosofici e religiosi sono un terreno particolarmente fertile per la ritraduzione. Ciò è probabilmente dovuto al loro complesso carico di significati, dal quale può nascere la necessità di molteplici letture dello stesso testo. La densità semantica è ciò che rende la ritraduzione non solo accettabile, ma addirittura auspicabile.
Inutile ricordare che per i testi sacri la ritraduzione è un compito estremamente delicato: come può la parola divina essere soggetta a molteplici interpretazioni? Il relativismo insito in ogni ritraduzione è quanto di meno tollerato dai precetti divini. Come afferma Ballard (2013), con San Girolamo (e la sua ritraduzione della Bibbia in latino), l’Occidente ha scoperto lo “scandalo della ritraduzione”. Ciononostante, la maggior parte delle religioni che accettano traduzioni della parola divina nella loro liturgia ne accettano anche le ritraduzioni, il più delle volte con l’obiettivo di avvicinarsi al popolo parlando una lingua contemporanea.
La traduzione audiovisiva (TAV) è un altro spazio di ritraduzione relativamente recente (Zaro & Ruiz 2007) e fra i prodotti audiovisivi i film sono in assoluto le opere più ritradotte. Va notato che le diverse tipologie di AVT moltiplicano le possibilità di ritraduzione interlinguistica: ad esempio, la sottotitolazione di un film doppiato o l’audiodescrizione di un film sottotitolato potrebbero essere viste come forme di ritraduzione (cfr. Dore 2018).
Tale fenomeno è meno evidente nella traduzione pragmatica. O ancora, nelle traduzioni legali e istituzionali, dove la necessità di coerenza interna e stabilità ha la meglio sullo spazio interpretativo dal quale nascono le ritraduzioni. Tra i motivi sopra citati per le ritraduzioni, solo alcuni possono giustificare un processo di ritraduzione completo nei testi pragmatici, che hanno una vita generalmente più breve. Il più delle volte, una versione riveduta e corretta è sufficiente.
Potenziale per ricerche future
Negli ultimi 10-15 anni la ritraduzione è diventata un’area di ricerca estremamente ricca e l’enorme quantità di volumi e numeri di riviste a essa dedicati è un chiaro indicatore di tale aumento di interesse. Anche se diverse ipotesi sono state testate con vari case studies, l’argomento è ben lungi dall’essere esaurito. Un buon potenziale di ricerca si cela negli studi quantitativi su larga scala, che potrebbero permetterci di determinare l’impatto delle ritraduzioni nel sistema traduttivo, sia in una prospettiva sincronica che diacronica. Questo ci permetterebbe di capire se stiamo davvero vivendo nell’era della ritraduzione, come sostiene Collombat (2004).
Alcune particolari forme di ritraduzione necessitano di essere investigate più in profondità, come la ritraduzione collaborativa (Fillière & Monti a venire), o la ritraduzione non letteraria (traduzione intersemiotica, traduzione scientifica). La ritraduzione potrebbe essere approfondita negli studi sulla ricezione (cfr. Cadera & Walsh 2022), dato che sembra provocare una diversa ricezione rispetto alle traduzioni “normali”.
Infine la ritraduzione andrebbe indagata in relazione ai CAT tools e all’intelligenza artificiale: alcuni studi sperimentali sono stati svolti recentemente in questo campo (Rothwell, Way & Youdale 2023), ma molto resta ancora da fare, a maggior ragione se si pensa che l’interazione fra uomo e macchina sarà sempre più frequente nella ritraduzione letteraria e i CAT tools offrono già funzioni interessanti per visualizzare le traduzioni precedenti accanto al testo di partenza





